Camilla Virginia Savelli Farnese
La vita di Camilla Virginia Savelli Farnese (1602 – 15 novembre 1668) incarna le complesse dinamiche di nobiltà e fede nell'Italia del Seicento. Nata a Palombara Sabina, era figlia di Giovanni Savelli, Duca di Rignano e Maresciallo di Santa Romana Chiesa, ed Livia Orsini (con alcune fonti che citano Pentesilea Capranica), erede di due delle casate più influenti di Roma. Il suo destino matrimoniale la unì prima a un Orsini e poi, nel 1621, al nobile Federico Farnese (1593–1626), Marchese di Latera e fratello del Duca Odoardo I di Parma. Il matrimonio rafforzò i legami tra l'élite romana e Parma. Il duca Pietro ricevette una cospicua dote, cui concorse anche la principessa Flaminia Colonna, vedova di Giulio Cesare Gonzaga. Questo le costò il giuramento di rinuncia all'eredità paterna, che Giovanni Savelli voleva riservare ai propri fratelli Paolo e Federico.
Rimasta vedova senza prole, Camilla Virginia si ribellò: nel 1629 ottenne il proscioglimento da quel giuramento da Papa Urbano VIII. La causa si concluse nel 1630 con una mediazione del Cardinale Antonio Barberini, permettendole di recuperare parte dei beni e le armi custodite nel castello di Palombara. La sua religiosità fu alimentata dalla mancanza di figli e dall'esempio di figure come Suor Francesca Farnese, Santa Giacinta Marescotti e Suor Maria Francesca di Savoia. Inizialmente si ritirò nel convento di Santa Teresa a Caprarola (Viterbo) come Suor Maria Vittoria. Tuttavia, Camilla Virginia non prese mai i voti di clausura, ma fondò nel 1641 le Oblate Agostiniane di Santa Maria dei Sette Dolori a Roma (nel rione Trastevere). Per il progetto si assicurò Francesco Borromini, che però, troppo impegnato da altre commissioni, abbandonò il cantiere dopo il 1646. Il completamento (1667) fu opera di Francesco Contini, grazie anche ai proventi della vendita del feudo di Farnese, ceduto nel 1658 dal duca Pietro. Il 30 settembre 1667, Camilla Virginia firmò l’atto di dotazione del monastero, che già ospitava una comunità di 63 oblate. Fino alla sua morte, il 15 novembre 1668, agì come una "serva di Dio" laica. Il suo ritratto di Carlo Maratta e il fatto che il suo processo di beatificazione è stato avviato ne celebrano l'eredità.
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