Io ti salverò stella mia o almeno ci provo
Il sabato sera dovrebbe essere un momento di relax, ma per chi ama la natura, può trasformarsi in una missione di soccorso. Ieri, tra una portata di sushi e l'altra, il mio pensiero è rimasto fisso su un angolo del bancone del ristorante. Lì, in un vaso decorativo troppo stretto e profondo, una Stella di Natale stava vivendo il suo calvario. La settimana scorsa l'avevo guardata con sospetto, notando un leggero declino, ma ieri la scena era desolante: poche foglioline rosse, accasciate e senza vigore, testimoniavano una lenta asfissia.
Ho chiesto, quasi per timore della risposta, quale sarebbe stato il suo destino. "Domani finisce nella spazzatura", mi è stato detto con la rassegnazione di chi non ha tempo per il pollice verde. In quel momento, quella pianta non era più solo un ornamento natalizio malandato, ma un essere vivente che meritava una possibilità. Me ne sono andata con un sacchetto di plastica che pesava come un macigno, non per la pianta, ma per l'acqua che la stava letteralmente uccidendo. Otto centimetri di ristagno avevano trasformato le radici in spugne marcescenti.
Il ritorno a casa è stato il primo passo di una terapia d'urgenza. Ho passato la serata a rimuovere il marciume, a pulire ciò che restava di quel rosso un tempo orgoglioso. Ora la "profuga" è al sicuro, adagiata su strati di carta di giornale, una tecnica antica ma efficace per estrarre l'umidità in eccesso dal pane di terra. È una scommessa contro il tempo e la biologia. Scrivo queste righe con la speranza che la prossima settimana io possa raccontarvi di un nuovo germoglio, perché salvare una pianta significa, in fondo, coltivare la nostra stessa capacità di avere cura del mondo.


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